IL PARCO FLUVIALE DI SAN DONA’ DEL PIAVE

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FRANCESCO TOCCO agronomo forestale

GENNARO MEMMOLI architetto

INQUADRAMENTO TERRITORIALE

INTRODUZIONE

San Donà di Piave è situato nella parte orientale della Provincia di Venezia, a cavallo del corso del Piave. Il capoluogo, prospiciente la sponda sinistra del fiume, si caratterizza per il formare, sin dalle lontane origini, un naturale nodo di traffico di notevole interesse; sicché, sposandosi l’efficace posizione geografica al continuo e vivace sviluppo cittadino, oggi può, con tutti i titoli, essere considerato la capitale dell’omonimo comprensorio, meglio conosciuto con il nome di "Basso Piave".

La città - infatti - urbanisticamente moderna e razionale, con ampie vie, piazze spaziose e discrete superfici a verde, è dotata di tutti gli uffici e i servizi pubblici necessari alla vita di oggi; ha un’attrezzatura sanitaria invidiabile, una struttura scolastica pressoché completa a livello di istruzione secondaria e dispone di impianti sportivi idonei alla pratica di una vasta gamma di sport.

San Donà inoltre può contare su un tessuto commerciale di prim’ordine cui si somma un attivo e vivace artigianato e una notevole componente industriale, mentre l’eccezionale fertilità delle sue campagne (produzioni ad ettaro superiori alla media nazionale), congiunta ad una conduzione agraria altamente meccanizzata, rende fiorente l’agricoltura, sia qualitativamente, sia quantitativamente.

La realtà odierna ha però origini recenti e ciò non perché la città sia appena nata, ma poiché il suo passato è costellato da avversità che più volte ne hanno messo in forse la stessa sopravvivenza.

In effetti, prima dell’era cristiana, l’ambiente naturale in esame, e soprattutto il percorso del fiume Piave aveva aspetti fisiografici e topografici ben diversi.

PROFILO STORICO

Epoca Romana. Il territorio comunale era composto da una fascia boschiva costeggiante una vasta laguna intermedia fra la pianura e l’Adriatico, da cui era separata da un sottile cordone di dune (lidi). La zona boschiva era pianeggiante, presentando però dei rialzi del terreno (musse) paralleli al corso del Piave. Dal canto suo il tratto lagunare era costellato da più isole, il cui gruppo maggiore era a cavallo fra il territorio oggi sandonatese e quelli invece ora appartenenti ai comuni di Eraclea e di Torre di Mosto; gruppo noto con il nome di "Melidissa" , forse dall’isola di maggior estensione.

Va sottolineato che sotto il margine lagunare correva una delle maggiori arterie della regione, quella via Annia, costruita nel 131 a.C. dal console T. Annio Rufo al fine di collegare Roma con la ricca colonia Aquileia, successivamente divenuta, nell’epoca imperiale, importantissima per l’offrire il percorso più breve fra l’urbe, le regioni balcaniche e l’Asia. L’Annia entrava nel territorio comunale nei pressi dell’odierno ponte ferroviario, utilizzando uno dei pochissimi guadi offerti dal Piave nel suo corso inferiore, quindi costeggiava il fiume fino all’altezza del villaggio San Luca donde puntava dapprima su Calvecchia e quindi su Fossà, ove abbandonava il territorio sandonatese superando il Grassaga grazie ad un ponte in pietra, le cui ultime vestigia, scoperte nel 1823 durante lavori di bonifica, sono scomparse. Vestigia archeologiche e la testimonianza di più autori latini rendono attendibile l’ipotesi che l’area perilagunare che le isole lagunari fossero abitate al tempo dei Cesari, stabilendo altresì la loro appartenenza al territorio (agro) della paleoveneta città di Oderzo, allora fiorente centro commerciale.

Allorché con il V secolo il declino di Roma portò molte genti a valicare le Alpi per sciamare nella pianura padana, quest’area fu marginalmente interessata da tale fenomeno apportatore di lutti e devastazioni e per di più le isole lagunari servirono d’asilo nei momenti più critici, anche alle popolazioni limitrofe: quelle genti straniere consideravano le lagune infide non conoscendole e perciò le evitavano. L’area non fu nemmeno direttamente interessata all’invasione del Veneto da parte dei Longobardi giunti in Italia nel 568 guidati dal re Alboino.

Epoca Feudale. Scorrendo le varie vicissitudini civili in modo rapido, e puntando l’attenzione invece sul divenire delle trasformazioni territoriali locali, è da ricordare che il momento peggiore per questo periodo si ebbe nel 1411 allorché la calata delle milizie dell’imperatore Sigismondo in guerra con Venezia desolò l’intero territorio fra Piave e Livenza: la pertinenza di Mussetta fu incendiata ed i suoi abitanti uccisi o dispersi.

Epoca Veneziana.

L’assoggettamento a Venezia della Marca Trevigiana fu in seguito positivo per il territorio comunale in quanto pose fine ai continui conflitti ed unificò sotto una sola bandiera le due parti. I secoli della soggezione al leone di San Marco videro il sorgere e il consolidarsi di un nuovo borgo: San Donà di Piave (vedi riproduzione cartografica allegata). Le cause che ne determinarono la nascita sono semplici: con la conquista di Treviso, la Serenissima entrò in possesso delle proprietà di quel comune fra cui quelle del feudo già ezzeliniano di Mussetta, che fece gestire da "gastaldi" che posero la loro residenza ed i magazzini in un punto del latifondo prossimo al Piave onde poterne usufruire per il trasporto dei prodotti a Venezia.

Nel 1450, per far fronte ad onerose spese militari, la Repubblica affittò quei beni alla famiglia veneziana dei Trevisan e successivamente, spinta da analoghi motivi li cedette dapprima in enfiteusi a quel casato (1475) e poi glieli vendette per diecimila zecchini. I Trevisan che già possedevano dei beni in Cittanova, acquistati da quell’episcopato, nel 1485 comprarono pure dai patriarchi di Venezia dei pascoli e delle paludi in Passerella e Chiesanuova, divenendo pressoché proprietari di tutto il territorio comunale, sicché l’abitazione del gastaldo divenne il suo centro, venendo attorniata sempre più dalle abitazioni dei coloni e di conseguenza degli artigiani e dei commercianti.

Va rilevato che il nome del borgo si diffuse spontaneamente, poiché si designava già da almeno due secoli come "terra di San Donato" l’area pertinente a quella cappella, pur essendo stata questa trasferita, circa verso il 1250, dalla sinistra alla destra del fiume in territorio di Musile,a causa di una piena del Piave, ed essendo in seguito scomparsa.

Sempre dal punto di vista fisiografico il periodo del governo di San Marco fu deleterio poiché vide un ulteriore degrado ambientale, determinato dalla volontà della Serenissima di salvaguardare la laguna dall’imbonimento del Piave: il primo provvedimento in tal senso fu la chiusura degli sfoghi che il Piave aveva sulla destra e l’attivazione sulla sinistra della "Tajada de Rede" che andava da San Donà verso Passerella.

E’ inoltre da evidenziare che il percorso del Piave era allora diverso: infatti appena a valle di San Donà piegava sulla destra dirigendosi su Caposile, donde fluiva fino al mare, scorrendo nell’alveo oggi occupato dal Sile.

Ben più nociva per lo stesso territorio fu la protezione del lato destro del fiume attuata da Venezia (1534-1543) con la costruzione da Sant’Andrea di Barbarano a Torre di Caligo di un robusto argine, poi detto "argine di San Marco", che essendo più alto dell’opposto fece sì che le piene trovassero sfogo prevalentemente sul versante destro. Non ritenendosi soddisfatta, la Serenissima decise infine il completo allontanamento del Piave dalla laguna (1641-1644). Un nuovo alveo rettilineo, largo 200 metri e lungo 6 chilometri, venne scavato da San Donà a Palazzetto, dopo di che fu chiuso (intestato) a Musile l’antico alveo, sicché il fiume dovette cessare di fluire verso Iesolo e indirizzarsi verso il territorio eracleano, opportunamente cinto da argini perimetrali sì da divenire un "lago" con lo sfogo verso il mare a Santa Margherita, presso Caorle. Tale soluzione fu però transitoria poiché il Piave, durante una delle sue piene nel 1693 spezzò l’argine alla Landrona aprendosi un letto che lo portava a sfociare a Cortellazzo.

Il degrado ambientale, dovuto all’instabilità idraulica ed alla presenza di un ambiente palustre - strettamente connesso all’evoluzione dello stesso grande "doppio meandro" del Piave, di cui riportiamo il relativo nostro studio evolutivo, a partire da antiche mappe (1565-1779), attraverso le testimonianze cartografiche (1823, 1910, 1937, 1968) ed aerofotogrammetriche - regno dell’endemia malarica, frenò lo sviluppo di San Donà, tanto più che i Trevisan non cercarono di attuare alcuna miglioria del loro latifondo. Estintosi il ramo maschile del casato e lasciando il conte Domenico cinque figlie, iniziò il frazionamento della proprietà a tutto vantaggio del paese e si creò una borghesia locale dinamica e capace: alla vigilia della caduta della Serenissima la popolazione si era non a caso accresciuta fino a superare i 5000 abitanti.

L’ Ottocento e il Novecento.

Per il nuovo assetto amministrativo dato al Veneto dal napoleonico Regno d’Italia, San Donà nel 1806 non solo divenne finalmente Comune, ma nel 1807 fu creato sede notarile e nel 1808 vi fu posta una Vice Prefettura con giurisdizione sui comuni posti sulla destra del Piave che dipendevano dal Dipartimento dell’Adriatico (equivalente all’odierna provincia di Venezia).

In seguito, subentrato l’austriaco Regno Lombardo Veneto, nato dal Congresso di Vienna (1815), San Donà mantenne il ruolo di capoluogo di distretto divenendo la sede del Commissario distrettuale. L’epoca è da ricordare, poiché segna il primo balzo nella trasformazione del villaggio in un centro urbano in grado di rispondere ad ogni esigenza espressa dal territorio contermine. Al dinamismo socio-economico corrispose pure una maggior propagazione delle idee risorgimentali, sicché l’adesione ai moti del ‘48 fu immediata e fervente; parecchi sandonatesi parteciparono all’epica difesa di Venezia e molti furono quelli che varcarono clandestinamente il confine per arruolarsi nell’esercito piemontese durante la campagne del ‘59 e del ‘66.

Con l’unità d’Italia l’intenso impulso espansionistico di San Donà assunse un ritmo ancora più marcato: il centro urbano assunse la configurazione armonica di una cittadina, con ampie piazze e strade ben conformate, venne eretto un adeguato palazzo municipale, mentre si aprivano i primi sportelli bancari e nascevano le comunicazioni terrestri con la costruzione del ponte sul Piave (1875) e l’inaugurazione della linea ferroviaria Venezia-San Donà (1881).

Il settore tuttavia in cui emersero maggiormente le capacità imprenditoriali dei sandonatesi fu quello del risanamento ambientale. In quell’arco di tempo fu infatti varato il progetto di prosciugare l’intera area paludosa a valle di San Donà in modo da recuperarla all’agricoltura.

Si trattava di un’impresa di proporzioni enormi, ricca di difficoltà e soggetta ad oneri altissimi, dovendosi scavare canali per inalveare le acque, elevare argini per contenere i corsi d’acqua, costruire degli impianti in grado di prosciugare le paludi e successivamente di smaltire artificialmente le acque piovane superflue, ed infine dissodare le nuove terre, appoderarle e metterle a coltivazione; opera che a sua volta richiedeva il creare da zero una rete viaria, il costruire le abitazioni per i coloni e le adiacenze per la attrezzature agricole.

Un lavoro di dimensioni titaniche, dovendolo per di più effettuare in gran parte a mano - a colpi di badile - in un ambiente estremamente malsano. Ed è ancor tutta da descrivere l’epopea delle centinaia di badilanti e di cariolanti il cui duro e oscuro lavoro ha consentito la realizzazione di una completa metamorfosi paesaggistica.

La guerra 1915/’18 interruppe quei lavori e, nell’autunno del ‘17, interessò direttamente San Donà. Infatti la ritirata imposta dalla rotta di Caporetto determinò l’arretramento del fronte sul lato destro del Piave. Così San Donà prospiciente il fiume fu invasa dal nemico e dovette essere annientata dalle artiglierie italiane che battevano le posizioni avversarie. Olocausto per cui la città fu insignita della Croce di Bronzo al valor militare.

La fine del conflitto vide l’immediata rinascita di San Donà per la caparbia volontà dei sandonatesi di ricostruirla "dov’era", mentre le autorità del tempo erano inclini per un suo allontanamento dalla sponda del Piave.

Fu un’opera immane che però impallidisce al confronto di un’altra ancor più ciclopica che andò attuandosi negli anni Venti e Trenta.

Non solo il territorio comunale ma tutta la vastissima area sino al mare vennero riscattati all’agricoltura, ripetendo l’impresa della bonifica della fine del XIX secolo, resa vana dal passaggio della guerra.

Oltre 20.000 ettari di palude vennero prosciugati, dissodati e posti a coltura mentre una rete di canali venne creata dal nulla per convogliare le acque piovane in modo da rendere asciutte le nuove terre. Un’impresa che di nuovo assume toni di epopea, considerando le migliaia di operai che la portarono a termine lavorando in un ambiente desolato e quasi inabitabile, un’epopea di cui ancor oggi permane vivo il ricordo. La complessa operazione ebbe l’esito più felice perché le nuove terre si dimostrarono fertilissime (limi di deposito alluvionale) offrendo - come già visto in precedenza - raccolti superiori alle medie nazionali.

Infine, il risanamento ambientale eliminò definitivamente il problema della malaria, sino ad allora presenza incontrastata e dominatrice del circondario.

Citta di San Dona' di Piave


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